Supporter di Bucci insultano Lodi sulla bacheca del Sindaco. Lei li denuncia
Insulti e minacce, la capogruppo Dem non conferma e non smentisce, ma fonti qualificate danno la querela per certa. Nei guai potrebbe finire, come è successo in altri casi, anche il gestore della pagina, in questo caso lo stesso primo cittadino o un suo collaboratore, che non si è curato di cancellare gli sproloqui dei supporter. La pena prevede la reclusione da sei mesi a tre anni e la multa non inferiore a 516 euro. Più eventuale causa civile
L’origine è un battibecco politico sui social tra il sindaco Marco Bucci e il capogruppo Pd a Tursi Cristina Lodi. Un confronto ruvido che si consuma tra le tra le rispettive bacheche Facebook. Parte con una battuta velenosa della consigliere dem, viene rilanciato dal Sindaco con un post al vetriolo. E fin qui si resta tutto nei confini della (purtroppo) normale dialettica a sportellate verbali degli ultimi tempi. Niente di più e niente di meno di quello che si trova sulle bacheche di quasi tutti i politici dei nostri giorni. Ne è l’esempio la lite a colpi di tweet tra il presidente della Regione Giovanni Toti e il ministro Danilo Toninelli sul tema infrastrutture.
Ma torniamo al caso Lodi-Bucci: sotto il post del primo cittadino si moltiplicano i commenti dei supporters del Sindaco. Alcuni critici, come il più classico degli “e allora il Piddì”, altri veri e propri hater, pesantemente offensivi e minacciosi. <L’onore è una cosa seria, sono molto colpita dagli insulti che permette contro di me sul suo Facebook, questo non fa onore a lei> aveva commenta la capogruppo Pd, che alcuni fans di Bucci avevano raggiunto anche attraverso la posta di Facebook per terminare l’opera di lapidazione mediatica, mentre il post dei Bucci si era arricchito di decine tra semplici insulti semplici e veri e propri “capolavori” della diffamazione.

La cosa sembrata essere finita come una cosa da archiviare come una delle più brutte pagine della rete 2.0. Ma non è così. Cristina Lodi, dicono i bene informati, ha denunciato tutti coloro che hanno scritto commenti che l’hanno offesa o addirittura intimidita. Producendo decine di screenshot con nomi e cognomi.
Da noi contatta per cercare conferma diretta, Lodi non ha rilasciato dichiarazioni: non ha né confermato né smentito, cosa che di per sé è già un bell’indizio.
I social sono assimilati dalla giurisprudenza alla legge sulla stampa. L’articolo 595 del codice penale prevede:
1. Chiunque comunicando con più persone offende l’altrui reputazione, è punito con la reclusione fino a un anno o con la multa fino a 1.032 euro.
2. Se l’offesa consiste nell’attribuzione di un fatto determinato, la pena è della reclusione fino a due anni, ovvero della multa fino a 2.065 euro.
3. Se l’offesa è recata col mezzo della stampa o con qualsiasi altro mezzo di pubblicità, ovvero in atto pubblico, la pena è della reclusione da sei mesi a tre anni e della multa non inferiore a 516 euro.
4. Se l’offesa è recata a un Corpo politico, amministrativo o giudiziario, o ad una sua rappresentanza, o ad una Autorità costituita in collegio, le pene sono aumentate.
Ci potrebbe essere un’ulteriore complicazione. Il direttore del giornale viene sempre coinvolto nella sua qualità di responsabile.
Se il delitto di diffamazione è commesso col mezzo della stampa le disposizioni si applicano anche al direttore o vice-direttore responsabile, all’editore e allo stampatore, per i reati preveduti negli articoli 57, 57-bis e 58.Art. 596-bis c.p.
In qualche caso il gestore della pagina Facebook è stato denunciato come l’autore del post. Il gestore della pagina più volte in passato è stato assimilato al direttore.
Nel dicembre 2017, ad esempio, i carabinieri hanno denunciato una casalinga di 58 anni per vilipendio alle forze armate per avere postato una barzelletta sui carabinieri su una pagina di Fb di Casarza Ligure. I militari dell’Arma avevano contestualmente denunciato anche una donna di 36 anni, ritenuta, in quanto amministratore della pagina, colpevole di non avere rimosso la barzelletta ritenuta offensiva.
Non ci sarebbe, insomma, nulla di strano se finisse indagato anche Marco Bucci (o chi per lui gestisce), titolare della pagina, a cui Lodi aveva scritto nei commenti del suo post di essere stata <molto colpita dagli insulti che permette contro di me sul suo Facebook>.




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